28 Mar

Io non ho urlato

Cosa succede quando si viene aggrediti?
Nessuno può giudicare le reazioni in quanto siamo persone ed ognuna differente.
Vi posso raccontare cos’è successo a me, tutto si è completamente fermato, non ero in grado di comprendere cosa stesse succedendo, cercavo di scappare da quelle mani forti che mi tenevano saldamente, ma non urlavo.
Dentro di me le urla le sentivo, avevo quasi male alle orecchie, ma fuori non usciva nulla, lacrime e terrore.La sentenza di Torino è stata un colpo al cuore, mi sono svegliata, ho aperto facebook, letto la notizia da un mio contatto e lo stomaco ha iniziato a bruciare.
Ho deciso subito di far partire una campagna da parte della mia associazione Mi Diras Nur, sapevo solo che desideravo non far sentire sola la donna della sentenza.
La campagna ha ricevuto moltissime reazioni, sia positive che negative,fino a due messaggi che hanno riempito i miei occhi di lacrime.
La campagna è arrivata dove doveva arrivare e a me questo basta.
Grazie alle persone che fanno parte dell’associazione che hanno compreso il mio bisogno ed accolto la campagna.
Grazie a te che hai inviato la tua foto per far sentire il tuo dissenso.
Grazie a voi donne coraggio che mi avete scritto privatamente per condividere le vostre storie.

#nonsiamosole #nonseisola #iononhourlato #iononurlo #midirasnur

La campagna non si ferma, se vuoi vederla clicca qui, se vuoi partecipare inviami la tua foto su info@midirasnur.org

Grazie

Khadija

13 Mar

Il coraggio di raccontare

Mi chiamo Corona Sabrina e dopo anni riesco a parlare “a cuor leggero” di cosa mi è accaduto qualche anno fa, sento di condividere questa storia con voi per la grande sensibilità che mi avete trasmesso e per quel senso di protezione che date anche solo attraverso poche parole.
Sono lesbica e non credevo che per alcune persone questo poteva essere un problema, ho subìto un gravissimo caso di omofobia sul posto di lavoro e questo episodio ha condizionato molto la mia vita.
Una sera, dopo mesi di dispetti, telefonate e messaggi anonimi, due macchine mi hanno seguito mentre stavo tornando a casa dal lavoro, mi hanno obbligato a fermarmi.
Mi hanno insultato, picchiato e minacciato con un coltello alla gola, mi dicevano “sei una lesbica di merda  devi morire” e io in quell’istante ho provato puro terrore.
Pensavo “adesso mi ammazzano come lo diranno ai miei?”, ad un certo punto non mi facevano più male i calci e i pugni, nemmeno gli insulti, ma provavo sgomento nel vedere l’odio negli occhi di chi mi stava facendo del male.
Fortunatamente si sono stancati ad un certo punto e mi hanno lasciato andare, due di loro li ho riconosciuti grazie a dei tatuaggi, erano colleghi di lavoro ed in quel momento io mi sono sentita ancora più piccola e disarmata.
All’epoca non avevo ancora fatto coming out e non sentendomi più al sicuro decisi di lasciare il lavoro e di non denunciare l’accaduto per paura di ritorsioni, dato che erano a conoscenza del mio indirizzo di casa.
Dopo anni riesco a parlarne e a togliere ogni volta un peso dal cuore, dopo anni ho capito che non ero io quella sbagliata ma loro.
Avevo chiesto aiuto ma mi sono sentita dire “e ma noi siamo di Milano non possiamo intervenire”, questa è stata la molla che mi ha rimesso in piedi e mi ha fatto capire che dovevo fare qualcosa per la mia città e per chi come me era stato discriminato ed aggredito.
Grazie per quello che fate per le persone e per il territorio e grazie per aver alleggerito il mio cuore questa sera.
Vi abbraccio, a presto.

Sabrina Corona

01 Mar

La mia storia è la tua storia. Non sei sola.

Avevo quattro anni e mezzo quando mia madre si ammalò gravemente, fu ricoverata in ospedale e non la rividi per un lungo periodo.
Mio padre lavorava fino a tardi e non poteva prendersi cura di me.
Mi trasferii a casa della nonna paterna, una donna arida come la terra nella quale affondavano le sue radici, che si occupava appena di me, incapace di gesti di affetto e comprensione. Sperimentai un senso di profonda solitudine e abbandono, e mi attaccai alla vita come potevo: trascorrevo il tempo inventando giochi e lavoretti, imparai da sola a leggere e scrivere per poter comunicare con la mamma e cercare di far fronte allo sconforto e all’infinita tediosa lentezza dei miei giorni vuoti.
Nonostante fossi piccina, ho ricordi molto nitidi di quel triste anno trascorso lontano dalla mia casa e dai miei genitori, ma solo intorno ai trent’anni, affrontando un percorso di evoluzione personale, affiorò alla mia memoria un’immagine che apparteneva a quell’epoca e che prima d’ora non avevo mai ricordato. Un unico fotogramma: nella casa della nonna, sul divano, io con la camicina da notte sollevata e un uomo con le mani su di me, che dice qualcosa tipo “Adesso ti faccio vedere io come si fa…”.
È occorso un lungo cammino di crescita e consapevolezza per trasformare quel fermo immagine in una sequenza di fotogrammi che colmassero lo sconcerto per quella memoria così accuratamente celata per decenni, perché potessi riappropriarmi, pur dolorosamente, di un pezzo di esistenza dalla quale io stessa mi ero protetta in maniera tanto accurata. Col tempo si sono aggiunti altri fotogrammi, e ora il ricordo è più dettagliato e comprensibile.
Con la nonna viveva uno zio, presenza nel complesso insignificante, fino a che non cominciò a prestarmi le sue attenzioni particolari: un giorno mi sorprese in un anfratto della casa mentre, curiosa del mio corpo, frugavo nelle mie mutandine. Mi rivolse un sorrisetto beffardo e uno sguardo che era una promessa. La sera me lo trovavo addosso dove capitava, e qualche volta si intrufolava nel mio letto e si strusciava contro di me. La mia difesa era la paralisi, l’anestesia che il mio corpo attivava per non sentire il dolore e lo schifo.
Avevo cinque anni.
Ma sono diventata grande, nonostante tutto.
Perché lo racconto ora?
Perché so quante donne portino i segni di abusi e violenze, e quanto questi siano taciuti. Io stessa li ho nascosti alla mia consapevolezza per così tanto tempo, senza che trapelasse nulla, salvo una sofferenza di vivere che non ha mai trovato forma, fino a che non si è accesa una luce nelle profondità della mia memoria. Io quella luce non la vorrei mai e poi mai spegnere. Ricordare mi ha salvato la vita, trovare il modo di elaborare il senso di colpa, di sporcizia e riuscire a portare il mio dolore mi ha fatta rinascere. Nonostante ciò, avverto ancora la vergogna e spesso nella mia mente si insinua il dubbio che quei fatti non siano realmente accaduti, che siano frutto della mia immaginazione. Quindi uscire dalla mia zona di comfort e parlarne è uno sforzo che sento di dover compiere per confermare a me stessa che quella bambina abusata è diventata una donna degna che merita di esistere, di amare ed essere amata.

Racconto anonimo.

#nonseisola