24 Apr

E la notte .. ed i suoi ricordi..

Mi sveglio nel cuore della notte completamente sudata, mi guardo intorno e mi sento al sicuro.
E’ un periodo tosto dove emotivamente mi trovo a ricordare e sentire.
Ricordo le botte, i suoi calci, ricordo la paura, una paura che non doveva esistere con chi ti ha procreata.
La violenza non può essere generalizzata, la violenza non ha genere e non avviene solo dagli uomini, ma anche dalle donne.
Lavoro, ascolto e sento e perdo alcuni dei miei denti collegati al mio essere figlia.
Cerco intorno a me accoglienza, quel sentire che forse in molti fanno fatica, perchè io rimango la persona forte.
Non ho una famiglia, ho fatto pace con questo punto della mia esistenza, ma comunque tutto torna in qualche modo e ti capitano notti dove ti svegli perchè ti senti soffocare.
Immagini che riempiono la tua mente, quel coltello lanciato, le urla, l’odio.
Ero solo una bambina e non ho potuto godere di nessuna innocenza.
A tutti voi genitori del mondo scrivo, a te che mi leggi, nessun tipo di violenza è giustificata, uno schiaffo dato può avere delle conseguenze emotive molto profonde, a te può sembrare nulla per tuo figlio invece è una ferita che gli entra nel cuore.
Mi è stato detto che ero una bambina che doveva essere salvata ed ora sono qui che lotto ogni giorno per salvarla da sola quella bimba che è dentro di me.

Un gesto d’amore cuce cielo con cielo, soglia con soglia e vita con vita. Un gesto di violenza cuce solo nero con nero e dentro quel buio non si innesta nessun fiore, nessun colore e nessuna formula di serenità.
(Fabrizio Caramagna)

#nonseisola #midirasnur

28 Mar

Io non ho urlato

Cosa succede quando si viene aggrediti?
Nessuno può giudicare le reazioni in quanto siamo persone ed ognuna differente.
Vi posso raccontare cos’è successo a me, tutto si è completamente fermato, non ero in grado di comprendere cosa stesse succedendo, cercavo di scappare da quelle mani forti che mi tenevano saldamente, ma non urlavo.
Dentro di me le urla le sentivo, avevo quasi male alle orecchie, ma fuori non usciva nulla, lacrime e terrore.La sentenza di Torino è stata un colpo al cuore, mi sono svegliata, ho aperto facebook, letto la notizia da un mio contatto e lo stomaco ha iniziato a bruciare.
Ho deciso subito di far partire una campagna da parte della mia associazione Mi Diras Nur, sapevo solo che desideravo non far sentire sola la donna della sentenza.
La campagna ha ricevuto moltissime reazioni, sia positive che negative,fino a due messaggi che hanno riempito i miei occhi di lacrime.
La campagna è arrivata dove doveva arrivare e a me questo basta.
Grazie alle persone che fanno parte dell’associazione che hanno compreso il mio bisogno ed accolto la campagna.
Grazie a te che hai inviato la tua foto per far sentire il tuo dissenso.
Grazie a voi donne coraggio che mi avete scritto privatamente per condividere le vostre storie.

#nonsiamosole #nonseisola #iononhourlato #iononurlo #midirasnur

La campagna non si ferma, se vuoi vederla clicca qui, se vuoi partecipare inviami la tua foto su info@midirasnur.org

Grazie

Khadija

13 Mar

Il coraggio di raccontare

Mi chiamo Corona Sabrina e dopo anni riesco a parlare “a cuor leggero” di cosa mi è accaduto qualche anno fa, sento di condividere questa storia con voi per la grande sensibilità che mi avete trasmesso e per quel senso di protezione che date anche solo attraverso poche parole.
Sono lesbica e non credevo che per alcune persone questo poteva essere un problema, ho subìto un gravissimo caso di omofobia sul posto di lavoro e questo episodio ha condizionato molto la mia vita.
Una sera, dopo mesi di dispetti, telefonate e messaggi anonimi, due macchine mi hanno seguito mentre stavo tornando a casa dal lavoro, mi hanno obbligato a fermarmi.
Mi hanno insultato, picchiato e minacciato con un coltello alla gola, mi dicevano “sei una lesbica di merda  devi morire” e io in quell’istante ho provato puro terrore.
Pensavo “adesso mi ammazzano come lo diranno ai miei?”, ad un certo punto non mi facevano più male i calci e i pugni, nemmeno gli insulti, ma provavo sgomento nel vedere l’odio negli occhi di chi mi stava facendo del male.
Fortunatamente si sono stancati ad un certo punto e mi hanno lasciato andare, due di loro li ho riconosciuti grazie a dei tatuaggi, erano colleghi di lavoro ed in quel momento io mi sono sentita ancora più piccola e disarmata.
All’epoca non avevo ancora fatto coming out e non sentendomi più al sicuro decisi di lasciare il lavoro e di non denunciare l’accaduto per paura di ritorsioni, dato che erano a conoscenza del mio indirizzo di casa.
Dopo anni riesco a parlarne e a togliere ogni volta un peso dal cuore, dopo anni ho capito che non ero io quella sbagliata ma loro.
Avevo chiesto aiuto ma mi sono sentita dire “e ma noi siamo di Milano non possiamo intervenire”, questa è stata la molla che mi ha rimesso in piedi e mi ha fatto capire che dovevo fare qualcosa per la mia città e per chi come me era stato discriminato ed aggredito.
Grazie per quello che fate per le persone e per il territorio e grazie per aver alleggerito il mio cuore questa sera.
Vi abbraccio, a presto.

Sabrina Corona

01 Mar

La mia storia è la tua storia. Non sei sola.

Avevo quattro anni e mezzo quando mia madre si ammalò gravemente, fu ricoverata in ospedale e non la rividi per un lungo periodo.
Mio padre lavorava fino a tardi e non poteva prendersi cura di me.
Mi trasferii a casa della nonna paterna, una donna arida come la terra nella quale affondavano le sue radici, che si occupava appena di me, incapace di gesti di affetto e comprensione. Sperimentai un senso di profonda solitudine e abbandono, e mi attaccai alla vita come potevo: trascorrevo il tempo inventando giochi e lavoretti, imparai da sola a leggere e scrivere per poter comunicare con la mamma e cercare di far fronte allo sconforto e all’infinita tediosa lentezza dei miei giorni vuoti.
Nonostante fossi piccina, ho ricordi molto nitidi di quel triste anno trascorso lontano dalla mia casa e dai miei genitori, ma solo intorno ai trent’anni, affrontando un percorso di evoluzione personale, affiorò alla mia memoria un’immagine che apparteneva a quell’epoca e che prima d’ora non avevo mai ricordato. Un unico fotogramma: nella casa della nonna, sul divano, io con la camicina da notte sollevata e un uomo con le mani su di me, che dice qualcosa tipo “Adesso ti faccio vedere io come si fa…”.
È occorso un lungo cammino di crescita e consapevolezza per trasformare quel fermo immagine in una sequenza di fotogrammi che colmassero lo sconcerto per quella memoria così accuratamente celata per decenni, perché potessi riappropriarmi, pur dolorosamente, di un pezzo di esistenza dalla quale io stessa mi ero protetta in maniera tanto accurata. Col tempo si sono aggiunti altri fotogrammi, e ora il ricordo è più dettagliato e comprensibile.
Con la nonna viveva uno zio, presenza nel complesso insignificante, fino a che non cominciò a prestarmi le sue attenzioni particolari: un giorno mi sorprese in un anfratto della casa mentre, curiosa del mio corpo, frugavo nelle mie mutandine. Mi rivolse un sorrisetto beffardo e uno sguardo che era una promessa. La sera me lo trovavo addosso dove capitava, e qualche volta si intrufolava nel mio letto e si strusciava contro di me. La mia difesa era la paralisi, l’anestesia che il mio corpo attivava per non sentire il dolore e lo schifo.
Avevo cinque anni.
Ma sono diventata grande, nonostante tutto.
Perché lo racconto ora?
Perché so quante donne portino i segni di abusi e violenze, e quanto questi siano taciuti. Io stessa li ho nascosti alla mia consapevolezza per così tanto tempo, senza che trapelasse nulla, salvo una sofferenza di vivere che non ha mai trovato forma, fino a che non si è accesa una luce nelle profondità della mia memoria. Io quella luce non la vorrei mai e poi mai spegnere. Ricordare mi ha salvato la vita, trovare il modo di elaborare il senso di colpa, di sporcizia e riuscire a portare il mio dolore mi ha fatta rinascere. Nonostante ciò, avverto ancora la vergogna e spesso nella mia mente si insinua il dubbio che quei fatti non siano realmente accaduti, che siano frutto della mia immaginazione. Quindi uscire dalla mia zona di comfort e parlarne è uno sforzo che sento di dover compiere per confermare a me stessa che quella bambina abusata è diventata una donna degna che merita di esistere, di amare ed essere amata.

Racconto anonimo.

#nonseisola

24 Feb

L’oscurità di una violenza.

 

Sono giorni molto tosti dove due percorsi di terapia risuonano una parte che mi fa tornare lì con la mente.
Una donna che ha subito violenza non smette mai di ricordare, lotta per continuare a vivere, per respirare e nel mio caso lotta per altre donne.
L’altro giorno con una mia cara amica ci scambiavamo messaggi sulle frasi di alcune persone “Ti capisco”, lei giustamente mi diceva che nessuno può capirci,che solo anime dilaniate come le nostre si vedono realmente.
Ho perso la verginità in una violenza di gruppo e la verginità è un termine che sta richiamando nuovamente in me in questo periodo.
Io non so cosa si prova quando una persona ti tocca per la prima volta, io non lo so perchè le volte seguenti tutto era profondamente difficile..il sesso era difficile.
Ho 36 anni e di anni ne sono passati circa 20 da quell’orribile giorno e mi ritrovo qui a curare quella parte che spesso fa un passo nell’oscurità e sa che è inevitabile.
Ho subito violenza e mi è stata portata via la mia prima volta fatta di sogni ed aspettative, fatta di tremori ed emozioni e di “Chissà…”
Sono giorni che la stanchezza pervade il mio corpo e la mia mente, osservo le donne che incontro per amore e lavoro e penso che vorrei salvarle tutte da questa oscurità che spesso torna prepotentemente nella mia vita…già, non vorrei mai dire quella frase “io ti capisco”.
Questa mia cara amica mi chiede se passerà mai e dentro di me vorrei gridarle di si, ma so che le mentirei ed allora le dico la mia verità.
Vivo cercando il sorrido nella vita, perchè comunque siamo qui, quel dolore non passerà mai, ma una cosa è certa, tenendoci per mano e camminando insieme ad altre donne come noi respirare sarà meno difficile e ridere più facile.

Vi lascio con una canzone che nuovamente ascolto da giorni di un’altra cara amica che risuona nel mio cuore.. Buon viaggio donne.. #nonseisola

Khadija

 

 

25 Gen

Eccomi qui.. a fidarmi della nuova vita.

bambole

 

Eccomi qui. A fidarmi di nuovo della vita. A dirmi che il momento giusto arriva.
Oggi quel momento è arrivato.
Uno stimolo esterno, di una donna coraggiosa, ha suscitato il mio pianto… ed eccolo, IL momento: Perché continuare a negare? A nascondere? Di cosa vergognarmi? E la mia storia non può forse essere per qualcun altro lo stimolo, l’evento che suscita il cambiamento?
Ebbene.
Avevo sette anni.A giugno, luglio ed agosto andavo al centro estivo, stavo li tutto il giorno aspettando che mamma o papà venissero a prendermi dopo il lavoro.La mattina stavo a mollo in piscina, il pomeriggio mi dedicavo al tennis.All’inizio, per scelta. All’inizio, con le mie amichette. Poi… ho incontrato un uomo.Era sulla quarantina. Mi faceva giocare, fare tuffi, mi riempiva di attenzioni. E le attenzioni mi lusingavano… come era simpatico quel signore! Read More

07 Gen

Ho 18 anni.

violenza

Sono una ragazza di 18 anni: potreste pensare che sono giovane e che non abbia avuto poi così tante esperienze, però ho deciso di raccontarvi la mia vita a partire da quando ero piccola.
Quando avevo tre anni i miei genitori hanno divorziato, perché non andavano più d’accordo e giustamente due persone si lasciano se non si amano più: solo che mia madre tradiva mio padre e gliene faceva passare di tutti i colori, lo cacciò di casa, lasciandolo praticamente per strada e facendo entrare in casa quell’ “uomo”, se si può definire così.

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05 Gen

Dialogo con me stessa.

Credits : Jeff Hong

Credits : Jeff Hong

 

Ognuno di noi ha modi differenti dialogare con sé stessa e con il prossimo.
Per alcune di noi il momento nel quale prender coscienza di sé arriva prima, per altre dopo, per alcune apparentemente troppo tardi anche se non è mai troppo tardi per scegliere di volersi bene.
Recentemente sono stata ad un corso di formazione per la mia azienda, uno di quei corsi nei quali ti spiegano come e perché la donna debba aderire ai determinati stereotipi nonché canoni di bellezza che la società -le aziende- impone loro.
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30 Ott

Parole dall’altra parte del muro

candele

“Condividiamo un nuovo pezzo che una donna ha lasciato a Mi Diras Nur anonimamente. Di una donna che ora ha iniziato il suo percorso verso una luce che vuole conoscere, chiediamo il rispetto ed il non giudizio di ciò che leggerete.”

Giorni fa, prima di essere ricoverata in questo ospedale per tentato suicidio, in una vita che mi pare un’altra rispetto a quella di adesso, un’amica che di me non sa nulla se non che porto centinaia di cicatrici sul corpo, mi ha detto: “lo sappiamo che hai i tuoi momenti no, sei così tu, no? Hai i tuoi periodi”.
La rabbia che mi è salita mi ha tramortita.
Ma sono stata in silenzio.
Quello che avrei voluto risponderle è:
Non lo sai.
Non lo sai.Non lo sai da quale posto vengo.

Sapeste le volte che avrei voluto rispondere e invece no, e invece sono rimasta in silenzio, a prendermi della lunatica, della squilibrata, della matta. A prendermi di quella che “ha i suoi momenti no e si sa”.

Ma io non ho i miei periodi.

È che se ti scopano da quando hai cinque anni, la vita ha colori e odori diversi.
A volte le strade diventano marce, si riempiono di cadaveri.
Le stesse strade che voi vedete piene di fiori colorati, piene di vita.
È che quando tuo nonno ti scopa che hai cinque anni, la morte ti cammina a fianco ed è lei che ti tiene la testa in avanti, e non puoi dirlo a nessuno che ti sta facendo le fusa, e che ti fai coccolare volentieri da lei perché in fondo è l’amica più confortante che hai, e che c’è sempre stata, vicina a te.
È che quando usano il tuo corpo per infilarci qualsiasi cosa, anche il tuo corpo da bambina, poi diventi grande ma il tuo corpo non cresce con te, lo lasci chiuso dentro a un armadio, non lo vuoi più attorno alle ossa.
Cresci, vai a scuola poi all’università conosci la gente la guardi e la vedi prendere in mano la vita è tenerla dacconto mentre tu stai sempre con la faccia dentro al cesso, e giuri a te stessa che non guarderai mai più in alto, mai più verso la luce.

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30 Ago

La mia storia. Dicono che sono pazza…

thPAZZA
Care ragazze, volete essere single e indipendenti? Siete pazze. O almeno questo è quanto mi sono sentita dire tutte le volte che ho lasciato un uomo, compreso l’ultimo. Non che di fidanzati “veri” ne abbia avuti molti, ma per un motivo o per l’altro è sempre finita. “Perché mi lasci?” mi hanno chiesto. “Perché è finita, perché non ti amo più e perché anche tu hai cercato di limitare la mia vita e il mio lavoro. Perché sono nata libera e voglio vivere nell’indipendenza”, ho risposto io.
Care ragazze, tutti, nessuno escluso, mi ha risposto che evidentemente ho delle tare nel cervello. Uno addirittura mi ha detto che il mio è un male oscuro e che mi mangia l’anima. Ho quasi riso, ma a ben pensarci c’è poco da ridere.
Mi concentro sull’ultima esperienza, anche se è stata la più breve.
Io faccio la giornalista: lavoro impegnativo, se lo si vuol fare con vera professionalità. Lavoro che ti porta a stare fuori casa molto spesso, a essere chiamata anche nel cuore della notte per chissà quale motivo, ma soprattutto (e questo per i miei ex era il vero affronto), ti porta a conoscere mezzo mondo.
E scatta la gelosia, scatta quella voglia di dominio.
“Perché conosci tutte quelle persone, perché sei così gentile con tutti o quasi”. Perché il mio lavoro è parlare con gente più o meno importante e riportare a chi legge la verità.
E così, nel giro di poco tempo, la tua indipendenza non va più bene.
Vi pare che una donna di 38 anni possa non bramare al matrimonio e ai figli? Ma non ce l’ha un orologio biologico che ticchetta? A volte no, come nel mio caso. Dopo aver ragionato qualche giorno, l’ho lasciato. E via con sceneggiate degne di una tragedia di bassa lega, con minacce di suicidio e quant’altro. Telefonate disperate nel cuore della notte a mia madre (seriamente?), la quale è andata su tutte le furie, giustamente. Poi l’illuminazione: “ma piccina, come ho fatto a non pensarci! Sei pazza, probabilmente bipolare. Me lo ha detto anche lo psicologo a cui mi sono rivolto”. Un professionista serio, complimenti. Prima ha preteso di essere mio amico, tempestandomi di messaggi e telefonate. Poi, dato che non rispondevo perché magari stavo lavorando, è diventato aggressivo e prepotente. Ed è così che mi sono tornate in mente tutte quelle piccole avvisaglie a cui non avevo fatto caso e che, inizialmente, avevo preso come uno scherzo. “Bello l’ufficio nuovo, ma sei da sola?”. No, non sono da sola in ufficio, c’è un ragazzo con me. “Allora stai attenta, perché io ho sulle scrivanie di un mio vecchio posto di lavoro, ci ho scopato”. Come se la mia preoccupazione principale fosse quella di intessere una relazione con il mio collega. O ancora, detto tra le risate: “Se mi tradisci, te la cucio. Ti tolgo dal mondo”. Una volta, raccontando l’aneddoto di un collega che mi aveva mandato un bacio dalla porta della redazione e si era fatto beccare dal mio capo, facendo una figura barbina, mi sono sentita dire “E tu ti fai mandare i baci?”. Mai, mai, mai sottovalutare queste frasi dette tra lo scherzo e i sorrisi. Non lo farò mai più. Oggi ho letto il post di una mia amica su facebook: “Il miglior accessorio di una donna è il sorriso, SOPRATTUTTO se è il suo uomo a regalarglielo”. Avrei voluto chiamarla e dirle che no! Il sorriso lo deve avere sul volto solo per se stessa, perché è il suo spirito a donarglielo. Alla fine, penso che la chiamerò. A proposito, la frase più gettonata dopo “Sei pazza”? Ti conosco meglio io, che te stessa. Certo, come no.
Grazie per questo racconto inviato anonimamente.
Donne #nonsietesole
#midirasnur