Ho taciuto.

Ho taciuto, ho taciuto per 10 anni, 8 dei quali passati a subire in silenzio le molestie di mio zio acquisito, fino a che a 16 anni un’amica non rivelò quanto le avevo confessato un paio di anni prima, ma non lo fece per amicizia, infatti dopo 24 anni ricordo ancora perfettamente le sue parole: “se non è vero sei ancora in tempo per dirlo”.
Non avevo mai detto nulla con quel pensiero “chi vuoi che mi creda” e me lo ritrovai sbattuto in faccia dopo che quell’uomo era morto tre settimane prima, alimentando la mia rabbia e il mio senso di impotenza; chi avrebbe creduto a una bambina che accusava un poliziotto in pensione di metterle le mani addosso, di toccarla, di farsi toccare e di farsi fare servizietti completi? Chi avrebbe creduto che quel brav’uomo che aveva ospitato lei e le famiglia in casa sua per più di un anno, in realtà chiedeva il conto ad ogni occasione buona? E le occasioni erano sempre troppe, fino a togliermi il fiato quando sentivo un rumore, a infilare le cuffie per fingere di non sentirlo chiamarmi, ma era un incubo iniziato quando avevo 6 anni e da cui non sapevo come uscire. Lui poi non era stupido, il suo lavoro lo aveva reso furbo e non passava mai il segno, non concludeva mai uno stupro che avrebbe lasciato segni riscontrabili e nella mia testa si scolpirono come marchiate a fuoco le sue parole: “Non devi dirlo a nessuno, è un nostro segreto e tu devi fare la brava”.
E io fui brava, fui brava a diventare agorafobica, mi terrorizzava la sola idea di trovarmi in mezzo alla gente, perché io dovevo fingere che andasse tutto bene e di essere come tutti gli altri, dovevo mantenere il segreto e invece avevo paura che mi si leggesse in faccia, che tutti vedessero che ero sporca e che in fondo ero solo una piccola puttana. Le mie amiche non avevano idea di cosa fosse il sesso mentre giocavano con le Barbie, io invece sapevo già fare pompini, mio malgrado e con ribrezzo, sapevo già cosa volesse dire avere un orgasmo… ma non era bello, era come morire ogni volta e a 8 anni io volevo solo morire, convinta che la vita fosse tutta lì e che quella sarebbe stata: schifo e basta , io ero uno schifo e nessuno avrebbe mai amato uno schifo. Pregavo di morire stesa sul suo letto e con la sua faccia in mezzo alle gambe, guardando il grande rosario di legno appeso alla parete, pregavo quel dio che non rispondeva mai quando lui mi diceva che ero brava. Fui brava anche a riversare tutto sul cibo, obesa, bulimica, principio di anoressia e poi il miracolo di un ragazzo, che divenne infine un nuovo incubo. A 14 anni non ne potevo più e provai a ribellarmi, scoprendo che se non sei abbastanza forte da certe strette non ti liberi: io tiravo per andarmene e lui rideva trattenendomi per il polso “Attenta che se ti mollo ti fai male.” mi disse e mi sentii umiliata come non mai, ero meno di un topo e lui il gatto che giocava prima di uccidermi di nuovo. Facevo la dura in giro e poi valevo meno di niente, in silenzio diventavo una bambola di carne, cercando di scappare stando a casa il meno possibile.

Tutto questo torna ogni volta che leggo qualcuno scusare uno stupro, una violenza, seppur sia passato e abbia imparato ad amare me stessa e la mia vita, immagini, suoni, odori mi ripiombano addosso con la rabbia di chi non vuole essere una vittima, che ha deciso di non volersi più sentire vittima perché è il primo passo per darla vinta a quei carnefici. Io non accetto più di essere una vittima, non sono carne da macello, posso ancora piangere al ricordo di quel che è successo, ma non mi faccio più togliere la voglia di vivere da nessuno e ogni volta che scrivete certe cose ci state provando, state tentando di strapparmi di nuovo il sorriso e la mia dignità, che per molti è discutibile, ma è la mia e me la sono guadagnata con le unghie, coi denti e col sangue, il mio sangue, per ogni volta che ho tentato di tagliarmi le vene, fallendo priva del coraggio di affondare abbastanza quella lama; ogni volta che appoggiate e giustificate certe azioni, che sminuite quel dolore, l’incapacità di urlare, di parlare, di ribellarsi, voi siete carnefici come lo è stato quell’uomo per me, voi siete come lui e meritereste la stessa punizione, che la nostra giustizia non prevede, perché non abbiamo una giustizia, le vittime di abusi, stupri, violenze non hanno mai giustizia, ma giudizi impietosi, condanne portate con gli sguardi, mormorii vigliacchi. È più facile darci della “puttana” che ascoltarci, crederci o cercare di capirci, è più facile etichettarci e insultarci che fare i conti con la realtà che è solo uno schifo e noi ci siamo finite in mezzo fin sopra ai capelli a quel fango, è più facile vederci morte che aiutarci con un minimo di cuore. Voi non saprete mai cosa vuol dire sentire un odore e bloccarsi, incapaci di reagire, di parlare, di respirare, e alla fine riuscire solo a scappare in bagno a vomitare con le lacrime agli occhi anche se il tuo aguzzino è morto da 10 anni… non lo sapete e vi auguro di non saperlo mai, però lo giudicate e sentenziate in tribunale, in tv e sui social con una facilità incredibile, senza pensare che state piantando chiodi nell’anima di persone di cui non sapete nulla, ma sono persone e non carne da macello.

Adesso ho 40 anni e voglio vivere a dispetto di tutto, voglio lottare per chi come me ha passato l’inferno cercando di far capire agli altri cosa significa, cosa a mente lucida e al sicuro nelle vostre case non potete comprendere, perché ci sono momenti in cui la lucidità viene meno, tutto va in tilt, non sei preparato a reagire psicologicamente ed emotivamente a certe cose, non puoi esserlo dato che non sono normali, non dovrebbero esserlo, non dovrebbe proprio esistere eppure accadono. Ho 40 anni e sono sopravvissuta, là dove non tutti ne escono, ci ho messo quasi tutta la vita e non sarò mai “normale”, potrebbe sempre accadere che io scatti per una sciocchezza agli occhi altrui, che mi blocchi nonostante i corsi di autodifesa e le arti marziali, ne sono consapevole e posso solo augurarmi di non doverlo scoprire, posso solo sperare di aver lavorato al meglio su me stessa, di certo ho accettato ciò che sono e ciò che ho vissuto, giacché mi ha reso la donna che sono oggi, con pregi e difetti, ma in fondo dannatamente orgogliosa di me stessa, della mia diversità e fiera di essere viva anche quando piango, quando per un attimo mi prendono i crampi allo stomaco leggendo “ma poi alla donna piace”, “poi la donna gode”, ma soprattutto quando riesco a sorridere, a dire a qualcuno che gli voglio bene, quando riesco a raccontare a qualcuno a quattr’occhi la mia storia con dignità, senza provare vergogna, senza sentirmi sporca fin nelle ossa, senza sentirmi una puttana. A 40 anni mi guardo allo specchio e so di avere tutto il diritto di vivere senza paura, ma è una conquista che mi è costata e costellata di tanti errori, di tante scelte “sbagliate” che molti sono in fila a giudicare , con la differenza che oggi quei giudizi non mi mettono più in mano una lametta, mi strappano invece un sorriso pietoso verso chi li professa: sono la non-vittima che ride in faccia al boia e per questo sono libera e in quella gabbia non ho intenzione di tornare.

#nonseisola #midirasnur

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