Ci sono bambini che imparano a riconoscere l’umore di casa dal rumore delle chiavi nella serratura. Sanno quando è il caso di sparire in camera, quando abbassare il volume dei cartoni animati, quando fare i bravi con una cura che nessuno ha chiesto loro ma che hanno capito da soli essere necessaria.
Magari nessuno li ha mai sfiorati con un dito, eppure vivono dentro la violenza ogni giorno: la sentono attraverso le pareti, la leggono sui volti degli adulti, la respirano nel silenzio teso che segue una lite. Tutto questo ha un nome: violenza assistita, ed è una delle forme di violenza più sottovalutate, perché non lascia segni visibili sul corpo di chi la subisce.
Proviamo a capire cosa succede a bambine e bambini che crescono in una casa dove non c’è rispetto, perché per chi subisce violenza chiedere aiuto è così difficile, soprattutto quando ci sono dei figli, e cosa si può fare, concretamente, per proteggere i più piccoli.
Cos’è la violenza assistita e perché non riguarda solo ciò che i bambini vedono
Sommario
- 1. Cos’è la violenza assistita e perché non riguarda solo ciò che i bambini vedono
- 2. Violenza assistita: le conseguenze sui bambini, oggi e da adulti
- 3. Violenza assistita e richiesta di aiuto: perché è così difficile fare il primo passo
- 4. Come aiutare i bambini che hanno vissuto la violenza assistita
Quando si parla di violenza assistita, l’immagine che viene in mente di solito è quella di una bambina o di un bambino che osserva, immobile, una scena di violenza fisica tra adulti. È un’immagine reale, ma parziale.
Si parla di violenza assistita, o violenza assistita intrafamiliare, ogni volta che un minore fa esperienza di qualsiasi forma di maltrattamento rivolto a una figura di riferimento, come un genitore, o altre figure affettivamente significative, adulte o minori: un fratello, una sorella, un nonno.
Può trattarsi di violenza fisica, verbale, psicologica, sessuale ed economica. La parola chiave è proprio questa: fare esperienza, che è molto più ampio di guardare.
Oggi, chi si occupa di infanzia è concorde nel considerare questi bambini vittime di violenza a tutti gli effetti, e non semplici spettatori di qualcosa che riguarda i grandi.
Vedere, sentire, percepire: le forme della violenza assistita
La violenza assistita può essere diretta, quando i bambini sono presenti nella stanza mentre accade qualcosa, ma molto spesso prende la forma di una violenza indiretta, che passa per strade più silenziose.
Per esempio, anche tutte quelle situazioni in cui i bambini vengono tirati dentro al conflitto: quando viene chiesto loro di fare da messaggeri, di scegliere da che parte stare, di mantenere un segreto, di riferire cosa ha fatto l’altro genitore durante la giornata.
Una bambina che sente un genitore umiliato ogni volta che chiede i soldi per le scarpe della scuola sta imparando qualcosa sul valore delle persone. Un bambino che vede un adulto controllare il telefono dell’altro, decidere chi può vedere e chi no, ridicolizzarlo davanti agli amici con battute che fanno ridere solo chi le dice, sta imparando qualcosa su cosa sia l’amore. La violenza psicologica ed economica non ha bisogno di schiaffi per entrare nella vita dei più piccoli.
C’è un’ultima convinzione da smontare, ed è forse la più diffusa: che i bambini piccoli non capiscano cosa sta succedendo. I bambini, anche piccolissimi, percepiscono la tensione molto prima di capire cosa stia succedendo: la registrano nel tono delle voci o nella rigidità del corpo di chi li tiene in braccio.

Litigare non è uguale a maltrattare: dove passa il confine
A questo punto, molti genitori potrebbero preoccuparsi, e vale la pena fermarsi un attimo. In tutte le famiglie si litiga, a volte anche ad alta voce, e non ogni discussione davanti ai figli è violenza assistita.
Anzi, un conflitto che si apre, si attraversa e poi si ripara può insegnare ai bambini cose preziose: che si può non essere d’accordo e volersi bene lo stesso, che le emozioni forti si possono esprimere senza distruggere niente e che dopo una parola sbagliata si può chiedere scusa.
Il confine non lo segna il volume della voce, ma la paura. In un conflitto tra pari, entrambe le persone possono dire la propria, nessuna delle due teme le conseguenze di un disaccordo e la discussione, prima o poi, finisce.
In una relazione violenta, invece, una persona esercita potere sull’altra attraverso l’intimidazione, l’umiliazione, il controllo, e l’altra impara a misurare ogni parola e ad anticipare le reazioni per evitarle.
Questa distinzione è importante, perché le due situazioni chiedono risposte completamente diverse. Nel caso di litigi normali, può essere utile imparare a non coinvolgere i figli nelle discussioni e a mostrare loro anche il momento della riconciliazione. Nel caso della violenza, invece, consigli come “litigate meno davanti ai bambini” non hanno senso, perché il problema non è la lite, ma la violenza, e la responsabilità di interromperla non è di chi la subisce.
Violenza assistita: le conseguenze sui bambini, oggi e da adulti
Le conseguenze della violenza assistita non sono uguali per tutti. Dipendono dall’età, dal carattere, da quanto a lungo sono durati gli episodi di violenza, e soprattutto dalla presenza o meno di altri adulti capaci di offrire sicurezza e affetto.
Anche se non esiste un percorso già, scritto, ci sono alcuni elementi che tornano spesso, e conoscerli aiuta a leggere segnali che altrimenti verrebbero scambiati per capricci o semplicemente un periodo difficile.
Un corpo sempre in allerta: paura, senso di colpa, vergogna
Il primo a parlare, spesso, è il corpo. Un bambino che vive in un ambiente imprevedibile impara a stare sempre sul chi va là, pronto a cogliere il minimo segnale di pericolo, e questo stato di allerta continuo ha un costo.
Può manifestarsi con disturbi del sonno, difficoltà ad addormentarsi e incubi, mal di pancia e mal di testa ricorrenti, il ritorno di comportamenti che sembravano superati, come fare la pipì a letto o chiedere di nuovo il ciuccio. Alcuni bambini diventano irrequieti, faticano a stare fermi e a concentrarsi, e a scuola vengono descritti come distratti. Altri fanno il contrario: diventano silenziosi, trasparenti, così bravi a non disturbare che nessuno si accorge di loro.
Questi comportamenti sono il sintomo delle emozioni, che per i bambini sono difficili da gestire: possono sentire paura, per sé e per il genitore che subisce, senso di colpa, perché i bambini tendono a mettersi al centro di ciò che accade e a pensare che se fossero stati più bravi, più silenziosi e più ubbidienti, la lite non sarebbe scoppiata.
Possono provare vergogna, che li porta a custodire un segreto troppo grande per la loro età, e rabbia, che può esplodere altrove, con i compagni o con i fratelli, ma anche verso sé stessi.
A complicare tutto si aggiunge il conflitto di lealtà: nella maggior parte dei casi questi bambini vogliono bene a entrambi i genitori, anche a quello che fa del male, e sentirsi divisi tra due amori è una fatica enorme.
Bambini che diventano grandi troppo presto
C’è una conseguenza della violenza assistita che spesso viene scambiata per una qualità, ed è la maturità precoce. Spesso questi bambini si prendono responsabilità che non dovrebbero essere loro: consolare il genitore che piange, portare via i fratelli più piccoli quando la situazione si scalda, mettersi in mezzo per proteggere e più in generale preoccuparsi dell’umore degli adulti.
Spesso gli adulti che li circondano li lodano per il loro senso di responsabilità, e intanto non si accorgono che stanno rinunciando a qualcosa di fondamentale: il diritto di essere piccoli ed essere protetti, invece di proteggere.
Con l’adolescenza, questo ruolo può prendere strade diverse. Alcuni ragazzi e ragazze provano a intervenire in prima persona, anche fisicamente, per difendere il genitore, esponendosi a rischi molto seri. Altri cercano una via di fuga, passando sempre più tempo fuori casa o rifugiandosi in comportamenti rischiosi che servono ad anestetizzare quello che provano.
Altri ancora, e questa è forse la cosa più difficile da accettare, iniziano a riprodurre nelle loro prime relazioni i comportamenti violenti e i modelli che hanno visto, perché nessuno ha mostrato loro un modo diverso di stare insieme.

Le ferite che restano non sono un destino
Chi è cresciutə con la violenza assistita può portarsi dietro i segni anche da adulto: può avere fatica a fidarsi, difficoltà a riconoscere una relazione sana, può tendere a considerare normale il controllo o la gelosia o avere un’autostima fragile.
È però concettualmente sbagliato dare per scontato che i bambini cresciuti in una famiglia violenta siano destinati a diventare a loro volta persone violente o vittime, da adulti. È vero che chi cresce in una casa senza rispetto impara modelli che poi rischia di ripetere, ma un rischio non è una condanna.
Moltissime persone cresciute in queste situazioni hanno costruito relazioni completamente diverse, spesso proprio perché hanno scelto con consapevolezza di non ripetere ciò che avevano vissuto. A fare la differenza, nella maggior parte dei casi, sono tre cose: la presenza di almeno un adulto sicuro, la possibilità di dare un nome a quello che è successo, e un sostegno che aiuti a rielaborarlo.
Violenza assistita e richiesta di aiuto: perché è così difficile fare il primo passo
Quante volte, quando si viene a conoscenza di un fatto di violenza in famiglia, ci si chiede perché la vittima non se n’è andata prima, soprattutto per proteggere i bambini?
Può sembrare una curiosità genuina, ma spesso è sintomo di un giudizio travestito da curiosità. La verità è che la presenza dei figli non rende la decisione più semplice, anzi, la rende enormemente più complessa. Chi subisce violenza non deve pensare solo a sé, ma anche a dove vivranno i bambini, a come reagiranno, a cosa succederà con l’altro genitore.
Proviamo allora a guardare da vicino alcune delle ragioni per cui chiedere aiuto è così difficile.
La paura di non essere credutə e la vittimizzazione secondaria
Gran parte della violenza domestica è invisibile dall’esterno. La persona che la agisce può essere simpatica, stimata, gentile con i vicini, apprezzata sul lavoro, e chi la subisce lo sa benissimo. La paura di non essere credutə è una delle barriere più potenti quando si tratta di chiedere aiuto, e purtroppo non è infondata.
A questa si aggiunge la vittimizzazione secondaria, cioè quel meccanismo per cui, invece di ricevere ascolto, chi racconta una violenza si trova a dover rispondere dei propri comportamenti.
Le domande sono sempre le stesse: “Che cosa avevi fatto per provocare quella reazione?”, “Perché non te ne sei andatə subito?”. E, quando ci sono dei figli, arriva la domanda forse più dolorosa di tutte: “E i bambini? Perché non li hai protetti?”.
Ognuna di queste domande sposta il peso da chi ha agito la violenza a chi l’ha subita, e basta un’esperienza di questo tipo, con un familiare, un’amica o un professionista, perché una persona decida che parlare non serve, anzi peggiora le cose.
Violenza economica e disparità di potere
Spesso la violenza non si ferma alle parole o ai gesti ma entra nel portafoglio, fino a creare una vera e propria dipendenza economica. C’è chi non ha accesso al conto corrente, ha lasciato il lavoro su pressione dell’altrə, o deve giustificare ogni spesa, anche la più piccola.
In queste condizioni, andarsene con dei figli significa porsi domande concrete e spaventose: dove andremo a vivere? Come pagherò la mensa, i libri, le visite dal pediatra?
È una trappola costruita nel tempo, un passo alla volta, fino a rendere l’uscita apparentemente impossibile. E la disparità non è solo economica: pesano l’isolamento dalla propria famiglia e dagli amici, il fatto di vivere lontano dal proprio Paese o di non parlare bene la lingua, una disabilità, la dipendenza dall’altrə per gli spostamenti o per le cure. Ogni forma di squilibrio rende il primo passo più lungo.
La paura di perdere i figli o di separarli dall’altro genitore
Per chi ha dei figli, c’è una paura che spesso supera tutte le altre: quella che chiedere aiuto possa ritorcersi contro di loro. La paura di essere giudicatə un genitore inadeguato proprio per aver permesso che i bambini assistessero a certe scene.
“Se te ne vai ti porto via i bambini” è una frase che chi agisce violenza usa spesso, proprio perché sa quanto è efficace. E poi ci sono dubbi più sinceri e più intimi: i bambini hanno bisogno di entrambi i genitori, non voglio essere io a distruggere la famiglia, forse per loro è meglio così che niente.
Sono pensieri comprensibili, e meritano di essere accolti, ma vale la pena ricordare una cosa: ciò di cui i bambini hanno più bisogno non è una famiglia formalmente unita, ma una casa in cui si sentano al sicuro.

Come aiutare i bambini che hanno vissuto la violenza assistita
Che tu sia il genitore, un nonno o una nonna, un’insegnante, un’amica di famiglia o una persona che semplicemente ha notato qualcosa, puoi fare molto per bambini e adolescenti che hanno vissuto la violenza assistita.
Non serve essere espertə di psicologia infantile. Serve soprattutto presenza e attenzione ai dettagli, per potersi rivolgere alle persone giuste quando qualcosa non torna.
Cosa fare in caso di violenza assistita: riconoscere i segnali e accogliere senza giudicare
Alcuni segnali meritano attenzione: un cambiamento improvviso nel comportamento, la paura di tornare a casa o, al contrario, di lasciare solo il genitore, una preoccupazione eccessiva per gli adulti, il ritorno a comportamenti da più piccoli, un’aggressività che prima non c’era o un perfezionismo che non lascia spazio all’errore, giochi e disegni in cui la violenza ritorna spesso, un linguaggio troppo adulto su problemi da adulti. Nessuno di questi segnali, da solo, è una prova, ma messi insieme possono raccontare una storia che vale la pena ascoltare.
Se un bambino decide di confidarsi, la cosa più importante è credergli. Si può ascoltare con calma, senza trasformare il racconto in un interrogatorio e senza insistere sui dettagli, ringraziarlo per la fiducia e dirgli che ha fatto bene a parlarne.
È meglio evitare di parlare male dell’altro genitore, perché il bambino con ogni probabilità gli vuole bene e attaccarlo non farebbe che aumentare il suo conflitto interiore. Ed è importante non promettere di mantenere un segreto che non si potrà mantenere: si può invece spiegare che si cercherà aiuto da adulti che sanno come aiutarlo.
Se invece hai il sospetto che una persona a te vicina stia vivendo una situazione di violenza, avvicinati con delicatezza. Evita di chiedergli/le perché non se ne va, che per quanto detto con affetto suona come un’accusa, e fai sapere che ci sei, puoi ascoltare e non giudichi.
Trovare le parole giuste, adatte all’età
Spesso gli adulti scelgono il silenzio pensando di proteggere i bambini, ma il silenzio raramente protegge: più spesso li lascia soli con le loro interpretazioni, che di solito sono più spaventose della realtà e quasi sempre li vedono colpevoli. Parlarne, con parole adatte all’età, li aiuta a dare un senso a ciò che hanno vissuto.
Con i più piccoli bastano frasi semplici e ripetute: quello che è successo non va bene, non è colpa tua, i grandi si stanno occupando di farti stare al sicuro. Con i bambini più grandi si può provare a spiegare la differenza tra arrabbiarsi e fare del male, e dire che tutte le emozioni sono permesse, compreso continuare a voler bene al genitore che ha agito la violenza.
Con gli adolescenti serve soprattutto onestà: coinvolgerli senza caricarli di responsabilità, ricordando loro che non tocca a loro proteggere nessuno. In tutti i casi, un percorso di supporto psicologico pensato per i più piccoli può aiutare moltissimo, offrendo uno spazio neutro in cui esprimere ciò che a casa è difficile dire.
Il primo passo
Se ti sei riconosciutə in qualcosa di quello che hai letto, come genitore, familiare o persona che vuole aiutare, Mi Diras Nur può aiutarti.
Lavoriamo con una squadra di volontari e professionistə, tra cui psicologə, coach, avvocatə e consulenti, che offrono sportelli di ascolto e percorsi di supporto psicologico, in uno spazio in cui nessunə giudica.
Puoi contattarci attraverso la pagina Chiedi aiuto, scriverci all’indirizzo associazionemidirasnur@gmail.com oppure chiamarci al 388 4870426.