Uomini vittime di violenza: un fenomeno poco raccontato ma reale

uomini vittime di violenza

Quasi nessuno conosce un uomo che ha subito violenza: eppure, storie di questo tipo esistono (ne sentiamo tutti i giorni), ma è difficile trovare un posto in cui vengono ascoltate.

Una confessione di questo tipo non è facile da fare, e non è facile da ricevere: chi prova a raccontarla si scontra quasi sempre con il silenzio, con lo scetticismo, o, nella migliore delle ipotesi, con l’imbarazzo collettivo di chi non sa come reagire. Eppure la violenza, che lascia segni dentro e fuori, non sceglie il genere di chi colpisce.

Quello degli uomini che subiscono violenza, nelle relazioni di coppia, in famiglia, da altri uomini o da donne, è un fenomeno che esiste ma che fatica a esistere nella narrazione pubblica. In Mi Diras Nur abbiamo scelto di affrontare l’argomento con la stessa attenzione che dedichiamo a ogni forma di violenza: senza gerarchie tra chi soffre o competizioni tra esperienze diverse, e soprattutto senza negare la realtà di nessuno.

Uomini vittime di violenza: cosa dicono i dati

Parlare di dati su questo tema è già di per sé complicato, e già questo dice tutto. In Italia non esiste ancora un’indagine nazionale che misuri sistematicamente la violenza subita dagli uomini. Le grandi rilevazioni disponibili, come quelle ISTAT, sono costruite per rilevare la violenza contro le donne, con strumenti, domande e categorie pensate per quella specifica esperienza. Gli uomini, semplicemente, non sono stati inclusi nel campo visivo della ricerca.

Questo silenzio statistico non significa che il fenomeno non esista, ma che non lo abbiamo ancora cercato con la stessa determinazione, e già questo è di per sé un dato su cui riflettere. Quello che sappiamo, dai casi che emergono, dalle testimonianze, e dai pochi studi settoriali disponibili, è che la violenza sugli uomini esiste, che è sottostimata, e che la quantità di eventi non denunciati è strutturalmente più alta che tra le donne, per ragioni culturali.

Violenza domestica: quanti uomini ne sono colpiti

La violenza domestica colpisce le persone all’interno delle mura di casa, dove ci si aspetterebbe di essere al sicuro. Per gli uomini, questa forma di violenza è spesso invisibile agli occhi di chi è esterno alla relazione, perché non corrisponde all’immagine che abbiamo interiorizzato di “vittima di violenza domestica”.

Accade in relazioni eterosessuali, dove a esercitare violenza è una partner donna, così come accade nelle relazioni tra uomini, dove la violenza di coppia è spesso ancora meno raccontata e peggio intercettata dai servizi di supporto. Accade anche tra generazioni diverse, nella violenza dei figli adulti verso i genitori anziani.

In tutti questi contesti, la persona che subisce fatica a essere riconosciuta come tale dalla società, dalle istituzioni, e spesso da sé stessa.

Violenza psicologica ed economica: le forme meno visibili

Quando si parla di violenza, spesso si pensa a quella fisica, come se fosse l’unica forma abbastanza grave da meritare attenzione. Ma la violenza psicologica e quella economica sono altrettanto reali, altrettanto dannose, e altrettanto difficili da riconoscere e nominare.

Per violenza psicologica si intende: umiliazioni costanti, controllo, isolamento dalla famiglia e dagli amici, minacce, ricatti emotivi, manipolazione. È una forma di violenza che non lascia lividi visibili ma che erode la fiducia in sé stessi nel tempo, spesso in modo così graduale che chi la subisce fatica a capire quando è iniziata. Per approfondire il meccanismo con cui la violenza incide sull’immagine di sé, puoi leggere il nostro articolo su violenza e autostima.

La violenza economica, che spesso consiste nell’impedire all’altro di lavorare, controllarne le spese, creare situazioni di dipendenza finanziaria, è invece ancora meno studiata quando riguarda gli uomini, anche se i dati disponibili suggeriscono che esiste e che non è rara.

uomini vittime di violenza

Perché il fenomeno è così poco conosciuto

Se il fenomeno è reale, perché ne sentiamo parlare così poco? La risposta non è semplice, ma ha radici culturali profonde, che riguardano il modo in cui costruiamo l’idea di mascolinità, di forza, di vulnerabilità.

Il peso dello stereotipo: “un uomo non può essere vittima”

Cresciamo con una narrazione implicita molto potente: gli uomini sono forti, autonomi, capaci di gestire qualunque situazione, non piangono, non chiedono aiuto. Questa narrazione non è neutra: è una gabbia che riguarda tutti, anche chi non ci si riconosce.

Quando un uomo subisce violenza, questa gabbia diventa ancora più stretta. Ammettere di essere vittima significa, in questa logica distorta, tradire qualcosa di fondamentale rispetto all’identità maschile: significa essere debole, “meno uomo”. È una pressione silenziosa ma potentissima, che spinge verso il silenzio prima ancora che qualcuno dica qualcosa.

Si può pensare che il modo in cui si vive questa pressione sia legato al carattere e cambi da persona a persona, ma la realtà è che alcune credenze permeano la società: è l’effetto di un modello culturale che associa la mascolinità all’invulnerabilità.

Questo modello fa male, in modi diversi, a tuttə, comprese le donne, che da quel modello si aspettano un partner che non ha mai bisogno di aiuto. Su questi meccanismi culturali profondi, il nostro articolo sull’educazione affettiva offre una prospettiva utile.

Il silenzio dei media e delle istituzioni

Il racconto pubblico della violenza è quasi sempre declinato al femminile, e per ragioni comprensibili: le donne sono le vittime più numerose, i femminicidi sono una realtà tragica e urgente che merita visibilità e attenzione costante. Ogni narrazione che si costruisce attorno a un solo soggetto, però, tende, nel tempo, a rendere gli altri soggetti invisibili, e quell’invisibilità ha conseguenze reali.

Quando un uomo che ha subito violenza cerca riscontro nella realtà che lo circonda, magari in un articolo, in una campagna o in un servizio istituzionale, quasi sempre non trova storie in cui rispecchiarsi. I centri antiviolenza, i numeri di supporto e il linguaggio delle campagne di sensibilizzazione sono pensati per un pubblico femminile. Non c’è malafede in questo, ma il sistema si è costruito attorno a un problema reale e urgente, senza poi espandersi per includere chi non rientrava nel modello originario.

Il risultato è un doppio isolamento: la persona che subisce è già sola con la propria esperienza, e poi scopre che la società non ha nemmeno predisposto uno spazio per riceverla.

Paura di non essere creduti: un ostacolo reale

A rendere tutto ancora più difficile c’è una paura molto concreta: quella di non essere creduti, o peggio, di essere scambiati per l’aggressore.

Questa paura non è irrazionale, ma ha una base nella realtà. In alcuni contesti, soprattutto nelle relazioni eterosessuali, chi subisce violenza teme che la propria versione non venga presa sul serio, che venga derisa, o che raccontare significhi esporsi a un giudizio ancora più pesante di quello che già porta dentro.

C’è chi ha provato a parlarne con un amico e si è sentito rispondere con una battuta, chi è andato in un pronto soccorso e non è stato riconosciuto come vittima, chi ha chiamato il numero di emergenza e ha trovato dall’altra parte qualcuno che non sapeva come rispondere.

Queste esperienze hanno un effetto scoraggiante che si propaga: in qualche modo si sa che le probabilità di essere ascoltati davvero sono basse, e così si decide di non rischiare. È una delle ragioni principali per cui molti uomini non parlano mai della violenza subita, né con amici, né con familiari, né con le forze dell’ordine.

Perché in pochi denunciano

La denuncia è un atto difficile per chiunque abbia subito violenza, perché richiede di mettere in parole qualcosa che spesso non si riesce ancora a nominare, di esporsi a un sistema che si conosce poco e di accettare che la propria storia diventi pubblica in qualche misura.

Per gli uomini, tutte queste difficoltà esistono, e si sommano ad altre, specifiche del contesto culturale in cui si trovano a elaborare quello che hanno vissuto.

La vergogna come prigione silenziosa

La vergogna è forse l’ostacolo più potente, e anche il più difficile da smontare, perché spesso non viene riconosciuta come tale: è la vergogna di essere stati vulnerabili e “aver lasciato che succedesse”.

È una vergogna che nasce dallo stesso terreno culturale di cui abbiamo parlato: se un uomo deve essere capace di difendersi in ogni situazione, non riuscirci diventa qualcosa da nascondere, non solo agli altri, ma prima di tutto a sé stessi. Molti uomini che hanno subito violenza impiegano anni prima di riuscire a chiamarla con il suo nome, perché farlo significherebbe anche ammettere di essere stati in quella posizione.

Questa logica è profondamente sbagliata, perché nessuna vittima di violenza ha mai responsabilità per quello che ha subito, ma è reale nella vita di molte persone, e va nominata per poter essere smontata. Il tema della colpa nelle relazioni violente è approfondito anche nel nostro articolo su divorzio e relazioni tossiche.

La mancanza di riferimenti: dove chiede aiuto un uomo in difficoltà?

In Italia esistono centri antiviolenza, linee di ascolto, percorsi di supporto, ma quasi tutti sono pensati, strutturati e comunicati per le donne. Questo non è un problema dei singoli servizi: è il riflesso di un sistema che ancora non ha pienamente riconosciuto la violenza sugli uomini come una realtà da affrontare con strumenti dedicati.

Il risultato pratico è che un uomo che vuole chiedere aiuto si trova spesso senza una porta a cui bussare. Può rivolgersi al medico di base, può cercare uno psicologo, può chiamare il numero di emergenza, ma non trova quasi mai uno spazio pensato specificamente per lui, dove sappia già di poter essere accolto senza dover spiegare o giustificare la propria presenza. La sola incertezza su come verrà ricevuto è spesso sufficiente a scoraggiarlo.

Costruire servizi che parlino anche agli uomini non significa sottrarre risorse a chi ne ha già troppo poche, ma riconoscere che il bisogno esiste, e che ignorarlo ha un costo umano reale. Per questo, in Mi Diras Nur, teniamo aperto il nostro sportello di ascolto per tutti, senza distinzioni.

Riconoscere gli uomini vittime non significa negare la violenza sulle donne

Vogliamo affrontare esplicitamente questo punto, perché spesso diventa un terreno di incomprensione, e a volte di strumentalizzazione.

Parlare di violenza sugli uomini non è una risposta alla violenza sulle donne. Non c’è una competizione tra chi soffre, e l’intenzione non è certo quella di relativizzare un fenomeno che ha proporzioni e caratteristiche specifiche quando riguarda le donne. Queste proporzioni restano reali, documentate, e richiedono risposte dedicate e risorse adeguate.

Riconoscere che anche gli uomini possono essere vittime significa, semplicemente, guardare alla violenza per quello che è: un problema che nasce da dinamiche di potere, di controllo, di mancanza di rispetto per l’altro. Queste dinamiche possono attraversare qualsiasi relazione, indipendentemente da chi ne fa parte.

Ampliare lo sguardo non indebolisce la lotta contro la violenza sulle donne: semmai la rafforza, perché aiuta a comprendere la violenza come fenomeno sistemico invece di ridurla a un conflitto tra generi.

Come abbiamo scritto nell’articolo sulla violenza di genere, il problema non è degli uomini né delle donne: è un problema culturale, che riguarda il modo in cui costruiamo le relazioni, i ruoli e le aspettative. Aggiungere uno sguardo non significa sottrarne un altro, ma piuttosto allargare la nostra capacità di vedere e di aiutare.

Le conseguenze del silenzio: cosa succede quando non si chiede aiuto

Restare in silenzio ha un costo. Non è una scelta neutrale, anche se spesso viene vissuta come tale, come il modo più semplice per andare avanti e non complicare le cose.
Il silenzio, però, non risolve niente: al massimo rinvia, e nel frattempo lascia che quello che è successo continui a fare danni.

Effetti sulla salute mentale e fisica

Chi subisce violenza e non riesce a elaborarla, con qualcuno di fiducia e/o con un professionista, in un contesto sicuro, porta con sé un peso che tende ad aumentare nel tempo. Ansia, depressione, disturbi del sonno, difficoltà nelle relazioni future, isolamento sociale: sono conseguenze documentate e frequenti, indipendentemente dal genere di chi le vive.

La violenza psicologica, in particolare, può lasciare tracce che non è facile riconoscere come tali. Chi l’ha vissuta spesso impara ad attribuire a sé stesso le difficoltà che ne derivano: si dice frasi come “sono troppo sensibile”, “reagisco in modo esagerato”, “non riesco a fidarmi di nessuno”, senza riuscire a collegare queste difficoltà a quello che ha vissuto.
Questo scollamento tra causa ed effetto è uno degli aspetti più logoranti: si soffre senza capire perché, e senza capire perché è difficile anche cercare aiuto nel posto giusto. Il percorso di terapia dopo un evento traumatico è un tema che approffondiamo nell’articolo dedicato al supporto psicologico dopo la violenza.

A livello fisico, la letteratura sul trauma documenta come lo stress cronico legato a situazioni di violenza prolungata abbia ricadute concrete sul corpo: sul sistema immunitario, sul sonno, sulla regolazione emotiva. Non è solo nella testa: è qualcosa che si scrive nel corpo, e che il corpo porta anche quando la mente cerca di andare avanti.

Quando la violenza vissuta diventa invisibile agli occhi di chi ci circonda

Il silenzio sembra proteggere la sofferenza dal mondo esterno, ma la realtà è che la rende più difficile da vedere, anche per chi è vicino. Amici, familiari e colleghi tendono a non riconoscere i segnali quando la vittima è un uomo, in parte perché non sono stati formati a cercarli, in parte perché lo stesso uomo fa di tutto per non mostrarli. Si impara presto a sembrare a posto, a rispondere “bene” quando qualcuno chiede come stai, a continuare a funzionare come se nulla fosse successo.

Questo isolamento involontario è uno degli effetti più silenziosi e più pesanti. Non è una solitudine fisica: si può stare in mezzo alle persone, avere una vita apparentemente normale, e sentirsi completamente soli in quello che si porta nel cuore.

La distanza tra quello che si mostra e quello che si vive è logorante, e tende ad amplificarsi nel tempo: più a lungo si porta qualcosa da soli, più sembra impossibile condividerlo.

uomini vittime di violenza

Come cambiare la narrazione: cosa può fare ognuno di noi

Il cambiamento non si produce solo nelle istituzioni o nella politica, anche se queste contano, e molto. Ogni grande rivoluzione, però, parte dal quotidiano: banalmente, anche dal modo in cui si parla di temi come la violenza e la mascolinità.

Il punto di partenza è il modo in cui la società, intesa come gruppo di persone (quindi nessuno di noi è escluso) reagisce quando qualcuno porta un’esperienza difficile, qualsiasi sia la sua identità di genere.

Ascoltare senza giudicare: il primo passo

Se un uomo ti dice che sta attraversando una situazione difficile, anche senza nominarla apertamente come violenza, magari usando parole vaghe o incomplete, la risposta più utile che puoi dare non è trovare soluzioni, minimizzare o stupirsi.

Probabilmente, se è una persona a cui vuoi bene, il primo istinto è agire, ma il passo più importante è ascoltare, senza costruire nella testa una risposta mentre l’altro parla. Evita frasi che possano metterlo in difficoltà, come “ma sei sicuro?” o “ma come è possibile?”, e non cercare di ridurre l’evento a una categoria o a uno schema.

Può sembrare poco intuitivo, ma quando una persona sceglie di affidarti la sua storia, non devi fare niente nell’immediato: lascia che le parole arrivino, anche se imprecise, spezzate e magari poco comprensibili sul momento. A volte le persone non raccontano le cose in modo lineare, soprattutto quando le raccontano per la prima volta. E spesso il semplice fatto di essere ascoltati senza essere giudicati è tutto quello di cui c’è bisogno per iniziare a elaborare qualcosa che si portava da soli da troppo tempo.

Costruire spazi sicuri per tutti

A un livello più ampio, costruire una cultura che sappia accogliere la vulnerabilità degli uomini richiede un lavoro collettivo che tocca molti ambiti insieme. Significa cambiare il modo in cui educhiamo i bambini, insegnando che chiedere aiuto è un atto di coraggio, non una debolezza, e che la forza non si misura dalla capacità di sopportare in silenzio.

Consiste nel formare operatori sanitari, sociali e giuridici a riconoscere e accogliere la violenza sugli uomini, senza che chi si presenta debba prima superare lo scetticismo di chi dovrebbe aiutarlo, ma anche nel creare servizi che parlino anche a loro, non come eccezione, ma come parte ordinaria dell’offerta.

Il cuore del cambio di prospettiva è questo: bisogna smettere di pensare che la vulnerabilità sia una caratteristica di alcuni e riconoscerla come parte dell’esperienza umana, senza eccezioni di genere. È un lavoro lungo, che non si esaurisce in una campagna o in una legge, ma che inizia ogni volta che qualcuno decide di non voltarsi dall’altra parte. Temi come questi sono al centro anche del lavoro sull’autodifesa personale come strumento di consapevolezza che portiamo avanti in Mi Diras Nur.

Se stai attraversando un momento difficile, non devi farlo da solo

Forse stai leggendo questo articolo perché questo tema ti riguarda da vicino. Magari stai cercando le parole giuste per quello che hai vissuto, o stai cercando di capire se quello che hai vissuto conta abbastanza per meritare aiuto.

Te lo diciamo noi: conta, sempre.

Non c’è una soglia da raggiungere per avere il diritto di parlare con qualcuno. Non c’è una forma di sofferenza abbastanza grave per chiedere supporto. Chiunque si trovi in una situazione che fa male, anche se non sa ancora come chiamarla, ha il diritto di essere ascoltato.

Lo sportello d’ascolto di Mi Diras Nur è gratuito e aperto a tutti: uomini, donne, membri della comunità LGBTQ+, senza distinzioni.

Se vuoi parlare con qualcuno, scrivici a associazionemidirasnur@gmail.com oppure chiamaci al 388 4870426. Siamo qui.

Condividi sui social

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *