L’importanza di raccontarsi

La possibilità di raccontarsi permette di dare un’organizzazione al proprio mondo interiore e permette di attribuire significati all’esperienza umana. La narrazione è racconto del Sé, che si sviluppa nel ripercorrere esperienze, attribuendo emozioni e idee, contribuendo così alla formazione dell’identità.
Nell’ambito della psicologia, si è posta molta attenzione all’utilità dei ricordi autobiografici poiché, come affermava Bauer (Bauer, Hertsgaard e Dow, 1994), le caratteristiche di autoconoscenza di tali ricordi contribuirebbero alla percezione di coerenza personale e di un senso di sé nel tempo.

Ma perché a volte è così difficile raccontarsi?
Per poterlo fare è necessario accedere alla memoria autobiografica. Essa è la funzione umana che permette di organizzare le informazioni, derivanti dalle esperienze di vita personali, in relazioni a schemi e strutture di significato, consentendo l’integrazione di pensieri, rappresentazioni, affetti, bisogni, desideri dell’individuo (Rubin, 2003). Infatti, grazie alla memoria autobiografica, una particolare esperienza viene inserita all’interno di una trama più ampia (Smorti, 2007), il che permette il continuamento di quel “fil rouge” che consente all’individuo di percepirsi come unico e costante, come integrato nelle diverse parti di sé e nei diversi episodi di vita.
Tuttavia esistono situazioni in cui raccontarsi diviene difficile, a volte impossibile. Queste situazioni solitamente sono quelle che possono esser definite con il termine di “esperienza traumatica”. Infatti durante tale tipologia di esperienza si attivano prevalentemente due aree del cervello: l’ippocampo, coinvolto nei processi di memoria, con l’asse ipotalamo-ipofisi-surrene – HPA- che regola il rilascio di cortisolo, e l’amigdala, coinvolta nell’elaborazione delle emozioni (Schauer at al, 2011). Dinnanzi a un evento traumatico, nelle persone che sviluppano un PTSD, l’alterazione del funzionamento di queste aree cerebrali porta al formarsi di memorie persistenti e invasive e a un recupero compromesso dei ricordi.

Cosa permette di fare la narrazione?
La narrazione permette quindi di ricostruire e di dare significato ad alcune esperienze della propria vita (Smorti, 2007). L’individuo, nel narrarsi, aumenta la consapevolezza e la conoscenza di sé, elabora gli eventi e li colloca sulla sua linea evolutiva, riformula il senso del sé evitando fratture e incongruenze. Infatti essa è un’esperienza che consente l’attivazione di collegamenti con altre esperienze simili, mostrando ricorsività più o meno adattive nel proprio modo di pensare, esperire e comportarsi, che diviene materiale prezioso per il lavoro di consapevolezza e di cambiamento personale.
Secondo Bergner (2007), una delle principali potenzialità della narrazione in ambito terapeutico è quella di permettere al paziente di “impacchettare cognitivamente” il proprio problema. Cioè attraverso il racconto si mette a fuoco una determinata questione all’interno di un contesto, la si collega a ciò che la precede (antecedenti) e a ciò che la segue (conseguenze). Tali collegamenti permettono di trovare importanti relazioni con altri fattori, notare le proprie tendenze nell’interpretazione degli eventi e nel comportarsi.
Infine, la narrazione di sé permette di uscire dal ruolo del protagonista assumendo la posizione di spettatore dei fatti. In questo modo avviene un distacco emotivo che facilita da un lato l’attenuazione delle resistenze verso i contenuti del tema trattato (De La Torre, 1972) e, dall’altro, una visione più oggettiva degli eventi, dovuta all’esternalizzazione del focus attentivo.
Raccontarsi è, possiamo dire, già un inizio di processo terapeutico.

Sitografia:
www.stateofmind.it

Roberta Porta
Psicoterapeuta Cognitivo Comportamentale e Terapeuta EMDR.
Iscritta all’Ordine degli Psicologi della Lombardia n.03\15684.
Email: drssaporta@gmail.com

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